Il Padiglione delle Meraviglie
di Ettore Petrolini
Regia Veniero Sciamanna
Con M. Magagnini, V. Sciamanna, C. Montironi, V. Galeotti, A. Cangini, A. Inglese, A. Luciano, M. Stefani, A. Baldi, C. Cangini, L. Monaco
Aiuto-regia M. Magagnini, supervisione artistica Vito Cipolla, Luci Domenico Laddaga, scenografia G. D'Addario
Esemplare del teatro di varietà e dei moduli farseschi dell’avanspettacolo (la pièce è stata scritta nel 1924 da quel grande attore e mattatore che fu Ettore Petrolini traendo spunto dall’ambiente basso-trasteverino che ha segnato i suoi esordi artistici) lo spettacolo diretto da Veniero Sciamanna con l’aiuto regia di Mauro Magagnini e la supervisione artistica del maestro Vito Cipolla, è una trasposizione fedele del testo petroliniano (tranne che nel finale, depurato dell’elemento tragico della morte) di cui ben riproduce la vis comica, le battute caustiche, esilaranti e a volte un po’ volgari, gli umori genuinamente romaneschi e popolari, tesi a richiamare fin dal titolo ironico e nostalgico: “Il Padiglione delle Meraviglie” quella mitica piazza Guglielmo Pepe, caotica e creativa, piena di tendoni, circhi, fermenti di ogni tipo, personalità eccentriche e stravaganti accanto a furbi, ciarlatani e perdigiorno, dove Petrolini fu scritturato per la prima volta ancora ragazzino, nei panni di una “sirena del mare”.
Particolarmente nel corso del primo atto lo spettatore viene dunque introdotto in questo mondo apparentemente magico e sfavillante sulla soglia del quale uno sputafuoco (il bravo Gianvito Jacovelli) dà un saggio delle sue abilità pirotecniche e l’imbonitore Tiberio (lo stesso regista Veniero Sciamanna) rallegra e incuriosisce i passanti, per spingerli a pagare il biglietto, a versare la lira che fa assistere alle prove di forza dell’energico Tigre (sul cui corpo rotondetto Alessandro Inglese sfoggia un attillato costume striato), ammirare le grazie della bella Sirena (Annalisa Cangini) o il fenomeno Amalù del Mazzabubù, un interessantissimo selvaggio inavvicinabile che emette suoni incomprensibili ed è solito mangiare carne umana (irresistibile l’interpretazione di Massimo Stefani).
La scenografia, stilizzata e precisa, riproduce il padiglione colorato a strisce rosse e blu con l’apertura al centro, da cui passano questi personaggi bizzarri e singolari pronti ad animare un mondo favoloso ed incantato e dove bambini e adulti fanno carte false per inoltrarsi e lasciarsi catturare un po’ da quella magia. Sulla destra la gabbia dell’antropofago costituisce un richiamo, specialmente per quei signori gretti e benestanti capitati per caso nel teatro di infimo ordine che infastidiscono il curioso selvaggio, simbolo ai loro occhi di inciviltà. Sulla sinistra il botteghino, custodito da una esile fanciulla (Anna Luciano) che contemporaneamente bada anche al suo bambino.
Ma la commedia intende gettare una luce più che sul fascinoso mondo degli artisti, sul “dietro le quinte”, sulla finzione, l’inautenticità, l’indigenza a volte che nasconde una vita in apparenza tanto intrigante: si scopre così che Tiberio è un ex domatore costretto al ruolo marginale dell’imbonitore dalla malattia, per cui è stato anche lasciato dall’amatissima Sirena, che gli ha preferito il vigoroso Tigre; si scopre che Amalù non viene da terre fantastiche e non è un selvaggio ma un uomo con moglie e figlioletto che recita ogni giorno per ore e ore una parte faticosa, e ancora che i padroni del circo: Zenaide, donna buona ma piena di albagia e di temperamento (interpretata magnificamente da Vianella Galeotti) e suo marito Lalli (Mauro Magagnini) non navigano certo nell’oro, per cui pur essendo vicini al dolore di Tiberio debbono vigilare e mediare a che la sua gelosia non irriti Tigre, ormai l’attrazione numero uno che tiene in piedi il loro spettacolo.
Soprattutto nel secondo atto allora (la suddivisione, che non è nel testo di Petrolini, è stata introdotta per separare e dare respiro alla lunga rappresentazione) la comicità diventa agro-dolce, il pubblico è ormai a conoscenza della grama realtà del circo, dei trucchi che adotta, delle miserie e infelicità che si nascondono nelle maschere apparentemente più gioiose (quanto soffre Tiberio quando deve decantare a 32 denti le qualità fisiche del suo rivale Tigre?). Nella scenografia nessun cambio, solo, genialmente, la scomparsa del botteghino a significare che quel che era spazio esterno è divenuto l’interno del padiglione, che è iniziato lo spettacolo, che sarà in fondo un triste teatrino con Sirena che vantando virtù preveggenti si fa gioco del più pezzente degli spettatori, prefigurandogli un futuro radioso mentre il capocomico Lalli invita chiunque a sfidare Tigre nella lotta greco-romana, oppure toccherà al solito Calligola (Carlo Montironi), una macchietta con la sua pesante inflessione romanesca e i ridicoli mutandoni. Ma a sorpresa ecco Tiberio, che dismesso il costume da clown accetta l’improbo combattimento, voluto da Sirena come pegno del suo amore e per punire Tigre, che le ha tenuto nascosto di essere sposato.
Anche in questa scena finale tuttavia, che è drammatica, la Compagnia de Le Vignacce non rinuncia alla chiave comica, che è il segno distintivo della pièce: al termine di una lotta buffa ed incruenta vince il gracile Tiberio e lo sconfitto è trasportato su un’improbabile lettiga…
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