Donna de Paradiso La scelta di portare in scena un’opera come “Donna de Paradiso” nasce dal desiderio di dare vita ad un componimento letterario a carattere religioso che si presta alla rappresentazione scenica. Questa laude appartiene alla produzione letteraria di Jacopo Benedetti, conosciuto come Jacopone da Todi, dal luogo di origine della sua nobile famiglia. Nel 1278 entra come frate laico nell’Ordine dei frati minori francescani, già divisi tra spirituali e conventuali, e si schiera con gli spirituali, riconosciuti dal Papa Celestino V. Animato da fervido spirito di lotta per una riforma religiosa, Jacopone nutre grandi speranze nel Papa e gli indirizza nobili versi. Ben presto, però, a Celestino succede Bonifacio VIII. L’indole impulsiva, combattiva e violenta di Jacopone trova la sua espressione poetica ideale nell’invettiva, rivolta contro la corruzione della Chiesa, e soprattutto contro Papa Bonifacio, indegno rappresentante di Cristo in terra. L’intensità religiosa di Jacopone si manifesta sotto forma di Lode verso Dio.
Del primo gruppo fa parte, tra gli altri, “Donna de Paradiso”, laude che descrive le ultime fasi della vita di Cristo: le umiliazioni subite, il processo, la crocifissione. In questa laude il poeta abbandona i toni cupi e sferzanti che gli sono consueti per descrivere con delicata sensibilità lo strazio umano della madre davanti alla crudele sorte del figlio. L’amore per il figlio torturato e crocefisso viene espresso tumultuosamente con l’ossessionante iterazione del termine più caro a una madre (Figlio…figlio), e con una rassegna delle qualità fisiche che diventa angosciante e drammatica proprio perché sono state calpestate e distrutte. Jacopone attribuisce a Maria, una parte molto più estesa e attiva: è lei al centro del dramma. Abbiamo scelto di raccontare il dramma di una madre che assiste alla lenta e crudele morte di suo figlio, al di là dell’aspetto religioso. E’ un brano storico che lascia un segno profondo nei cuori di tutti. Il linguaggio, basato sul volgare umbro, presenta frequenti latinismi. La forma è volutamente aspra, spezzata, incalzante, ricca di figure retoriche, tra le quali predominano l’anafora e l’iterazione, poco consoni a una lingua autenticamente “popolare”. |